Medeademone

Teatro contemporaneo
di Alice Capitanio
con Alice Capitanio

 

L’ impossibilità di riconoscere l’ ambivalenza della madre nella mente dei figli.

La madre prepara lo spazio, fisico e mentale per i propri figli, sin dalla gestazione contribuisce alla creazione del corpo fisico e psichico del bambino. Partecipa al suo sviluppo nutrendolo, accudendolo, proteggendolo. In ciascuna fase dello sviluppo del suo cucciolo festeggia le mete che il piccolo grande uomo si accinge a raggiungere. Niente lascia presagire che dietro ai festoni, alle candeline e alle torte di compleanno si celi l’ ambivalenza che contrappone a tanto amore altrettanto odio.

“Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli
avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre
li guardava con occhio feroce, come se avesse
in mente qualcosa”

Euripide, Medea, vv. 89-92.

L’ amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull’amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio, il cui ritmo inquietante non ci consente più di relegare queste tragedie nella casistica psichiatrica e liquidarle come raptus nel perfetto stile della rimozione.

I raptus non esistono, sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi figli, e tacitare così il timore di essere un giorno anche noi dei potenziali genitori omicidi.

Caratteristica del sentimento materno è la sua ambivalenza. Ma i figli nel loro ruolo sono impossibilitati a riconoscerlo per terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro.

La donna, nella sua possibilità di generare e abortire, sente dentro di sé nel sottosuolo mai esplorato della sua coscienza, di essere depositaria di quello che l’umanità ha sempre identificato come “potere assoluto”: il potere di vita e di morte . Nella donna si dibattono due soggettività antitetiche perché una vive a spese dell’altra: una soggettività che dice “io” e una soggettività che fa sentire la donna “depositaria della specie”.

Il conflitto tra queste due soggettività è alla base dell’amore materno, ma anche dell’odio materno, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall’amore per il figlio.

Questa ambivalenza del sentimento materno generato dalla doppia soggettività che è in ciascuno di noi, e che il mondo delle madri conosce meglio del mondo dei padri, va riconosciuta e accettata come cosa naturale e non con il senso di colpa che può nascere dall’interpretarla come incompiutezza o inautenticità del sentimento. Da Medea che, come vuole la tragedia di Euripide, uccide i figli che ha generato esercitando il potere di vita e di morte che ogni madre sente dentro di sè, alle madri di oggi che uccidono i figli nati da loro stesse, nulla è cambiato. Perché questa è la natura del sentimento materno e, piaccia o meno, come tale va riconosciuta e accettata. Dalle madri e dai loro figli, cioè tutti noi.utti noi.

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